Emergenza

Oggi quelli che “ben pensano” sono concordemente concordi sul fatto che il Green Pass sia strumento necessario se non sufficiente per garantire la sicurezza dei lavoratori.

Alcuni di quelli che “ben pensano” per non dire una grande maggioranza, sono anche concordemente concordi nel pensare che chi non si vaccina possa e debba essere colpito nel portafoglio. Est Verum Verbum Burionicum.

Alcuni arrivano persino a dire che, insomma, ‘sti renitenti potrebbero pure pagarsi le cure, rese necessarie dalla loro scelta colpevole. Se poi non hanno soldi, possono pure morire o indebitarsi. Est Verbum salvificum Capuae.

Ok.

E se domani, estendendo lo stesso principio, si dicesse che, insomma, chi si piglia l’influenza non dovrebbe più avere diritto alla malattia retribuita perché, in fin dei conti, poteva vaccinarsi? Il principio è il medesimo. Il CoViD uccide? Anche l’influenza lo fa. Lo fa di meno, ma lo fa. Il CoViD sottrae energie produttive? Anche l’influenza lo fa. Il CoViD è un costo sociale? Anche l’influenza lo è.

E se domani decidessero che chi non è vaccinato per l’HPV ed è nato dopo una certa data, se s’ammala di tumori correlati all’HPV, si paga le cure?

E se decidessero che chi ha un passato da tabagista si paga le cure per le malattie cardiovascolari, respiratorie ed oncologiche correlate al fumo?

E se decidessero che chi è obeso si paga le cure per il diabete, o per le altre mille e uno patologie correlate all’obesità?

Voi dite che chi non si vaccina contro il CoViD non fa male soltanto a sé, ma anche agli altri. Vero. Ma anche chi fuma, è in sovrappeso fa male non solo a se stesso, ma anche agli altri. Lo fa in maniera indiretta, certo, ma lo fa. Le patologie oncologiche correlate al fumo costano, ogni anno, miliardi di euro. E lo sappiamo che le risorse non sono illimitate, giusto? Quei miliardi che mettiamo per tentare di strappare da una precoce discesa nella fossa chi s’è affumicato i polmoni a 20, 40, 60 sigarette al giorno, non li possiamo mettere nella riabilitazione, nella prevenzione, nella cura dei bimbi con leucemia, magari, o per assicurare una buona qualità di vita ai nostri anziani, o in altri capitoli di spesa che potrebbero essere più meritevoli.

Perché mai pagare il cateterismo cardiaco al tizio che s’è foderato le arterie a suon di grassi idrogenati e cibo spazzatura? È un costo di centinaia di milioni l’anno. Risorse tolte ad altri settori.

Il diabete segue lo stesso tipo di ragionamento, almeno per quanto riguarda quello di tipo 2. Insulina, infusori, farmaci e, quando va male, invalidità derivanti dal diabete stesso come ipovisione, cecità o amputazioni. Sono tutti quanti costi sociali. Costi sociali che potevano essere evitati o ridotti se i soggetti avessero vissuto con maggior cura per la propria salute. Non farlo è stata una scelta loro. L’alternativa era disponibile. La malattia è stata dunque una conseguenza diretta delle loro scelte. È quindi una loro responsabilità. E se è stata una loro responsabilità, per quale ragione al mondo mai dovrebbe essere il “corpo sociale” ad assumersi il costo delle conseguenze. La stessa cosa si può dire anche dell’obesità. Pagare le cure per tutta questa massa di sconsiderati non è rispettoso per tutti quelli che si sforzano di condurre uno stile di vita più sano. Quelli si rimpinzano di tutto quello che va loro a genio, mentre questi scelgono con attenzione ciò che mangiano, rinunciando magari anche a cose che amano. Quelli prendono l’auto anche per attraversare la strada e considerano un atto d’indomito eroismo l’andare dal divano al frigorifero mentre già sognano dispense robotizzate semoventi che evitino loro l’ordalia della maratona domestica, mentre questi vanno in bici o a piedi e si svegliano ad ore antelucane per farsi i 5 chilometri di corsa di prammatica. Quelli sono egoisti, di vista corta e agiscono solo in base al principio del piacere: il loro. Questi sono responsabili, si curano della loro salute e, così facendo, hanno un atteggiamento di attenzione per sé, ma anche di cura per il corpo sociale. Perché i secondi dovrebbero farsi carico delle conseguenze del comportamento anti-sociale dei primi? Cuius commoda, eius; est incommoda: chi ne ha il vantaggio, ne paghi il danno. I primi hanno goduto il lusso di soddisfare gola e pigrizia, saziandosi d’ogni oscenità commestibile e poltrendo in barba a ogni ragionevole raccomandazione? Ne paghino il prezzo. Non possono? Beh, è un vero peccato. L’identico ragionamento può proporsi per il fumo. Certo, la nicotina crea dipendenza e, quando si comincia, è difficile smettere. Ma questo lo si sa perfettamente anche prima di cominciare. I dati sono disponibili. Sui pacchetti c’è scritto e ci sono anche le fotine oscene dei danni che il fumo può causare. Le informazioni sono disponibili. Scegliere di iniziare a fumare è esclusiva responsabilità dell’individuo. Ne consegue che le conseguenze derivanti, inclusa la dipendenza dalla nicotina, sono sua propria responsabilità. Fino al cancro ai polmoni, fino alla BPCO, all’infarto. Perché chi non fuma dovrebbe pagare le cure per chi ha scelto di intossicarsi con decine di composti cancerogeni con deliberata consapevolezza?

Dite che il CoViD è un’emergenza. Dobbiamo fare tutto il possibile per fermare la pandemia.

Perché, decine di migliaia di tumori l’anno che costano al SSN miliardi e miliardi non potrebbero agevolmente essere definiti un’emergenza? Ci sono farmaci per la cura del cancro che costano migliaia di euro per dose. Molti di questi malati richiedono lunghi ricoveri, occupano posti in terapia intensiva e, anche quando guariscono, prima diventano improduttivi per molto tempo e costringono anche alti (familiari) a diventarlo per assisterli. Dispositivi diagnostici e terapeutici sono impegnati per prendersene cura e questi stessi dispositivi, rari e costosi, se sono impegnati con loro, non possono più essere disponibili per altri malati più incolpevoli o, quanto meno, meno responsabili per la propria condizione.

Anche i tre milioni e mezzo di diabetici (numero in continua crescita) sono un’emergenza. Il SSN paga in media €15 per 100 unità internazionali di insulina da DNA ricombinante. E poi ci sono i costi legati al monitoraggio della glicemia. E, accanto a chi il diabete ce l’ha perché gli è toccato, ci sono quelli che ce l’hanno perché, in una certa misura, se lo sono “andati a cercare”.

Anche i malati di HIV possono essere considerati un’emergenza. La loro terapia antiretrovirale costa €1800 al mese al SSN. Mille malati di HIV costano al SSN, solo di farmaci, senza i controlli ematici e in assenza di complicazioni ventidue milioni di euro. E, a volere continuare con lo stesso tipo di ragionamento, questi ventidue milioni sono risorse che vengono sottratte ad altre persone, che magari non sono andate “a cercarsi” una malattia facendo sesso non protetto a destra e a manca. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2019 ci sono state più di 2500 nuove diagnosi di HIV e l’84,5% dei casi era legato al sesso non protetto.

Intendiamoci bene, io non sono d’accordo con nessuno dei ragionamenti precedenti. Secondo me, tutti hanno diritto ad essere curati, sempre e comunque. Senza eccezioni. Se si fa tanto di iniziare a ragionare in un certo modo, la deriva diventa poi difficile da fermare, perché l’analogia è un meccanismo mentale potente, anche quando le proposizioni che sembra dimostrare in realtà hanno poco di vero, di logico o di evidente.

Un’emergenza la si può anche creare. E non si tratta d’essere complottisti, ma di mantenere o sviluppare la consapevolezza che emergenza non è soltanto ciò che effettivamente è un’emergenza, ma anche ciò che si decide che è “emergenza”. Politicamente, mediaticamente, lo si può fare. È stato fatto. Volete qualche esempio?

Per anni ci hanno martellato in testa l’idea che in Italia esistesse “un’emergenza sicurezza”. Dalle colonne dei giornali ci veniva descritto un paese insicuro, violento. Le strade erano ritratte come giungle urbane. Dietro ogni angolo c’era in agguato un predatore crudele, pronto a rapinare, violentare, aggredire, uccidere. I telegiornali coprivano ogni delitto con morbosità. E quando non c’erano nuovi fatti di sangue sufficientemente efferati, si riprendevano finti aggiornamenti di quelli già coperti. In prima serata sono fioriti programmi di… “Approfondimento” nei quali centurie di esperti veri, finti, presunti e sedicenti, con il bravo seguito di opinionisti buoni che hanno opinioni su ogni fatto e per ogni tema ma mai un dubbio o un’incertezza, evisceravano la decenza, mettendo in pubblica vista ogni più stupido e insignificante, truce e osceno dettaglio, per celebrare processi mediatici, creare mostri, aumentare la paura. Ogni omicidio o rapina in casa ha goduto di un numero pari almeno a 2 se non 3 servizi in prima serata… Il risultato finale è stato che tutti quanti, chi più e chi meno, ci siamo convinti di vivere in una specie di riedizione del far west.

E non sono stati pochi i politici che hanno basato su questa premessa la loro fortuna elettorale e poi la loro azione di governo. Ma, forse più grave, anche le forze di opposizione non hanno saputo confrontarsi sul dato reale tentando almeno di smontare la narrazione che veniva proposta. Si sono limitate a tentare di vendere una paura diversa. Da un lato, a tutti noi veniva venduta l’idea che nessun luogo era davvero sicuro, nemmeno l’interno delle nostre case. Dall’altra parte, ci si proponeva l’emergenza “ritorno dei fascisti”. E questo dramma ha avuto due protagonisti: uno che ha brillato per presenza costante, l’altro che s’è fatto notare per la sua mancanza. La Grande Protagonista è stata la paura e la costruzione di uno stato mentale di emergenza: che fosse l’emergenza sicurezza o l’emergenza “ritorno delle camicie nere” cambia poco, sempre emergenza è. La grande assente è stata la verità.

Già. Perché il problema era ed è che in tutto questo c’era ben poco di vero. Non esisteva nessuna “emergenza sicurezza”; in Italia non ne esiste una da almeno vent’anni. I reati sono in quasi costante declino da vent’anni. E certamente lo sono gli omicidi che, se negli anni ‘90 ammontavano a oltre 2000, nel 2018 erano 345 e nel 2019 315. Meglio di noi soltanto il Lussemburgo. E certamente non esisteva un’emergenza rapine in villa: sono più frequenti le morti durante gli incidenti di caccia che quelle per rapina in casa. E certamente non esisteva nessuna emergenza “ritorno delle camicie nere”; anche se, in effetti, però, forse forse la profezia. Per essere stata proferita, sarà la causa della sua stessa realizzazione.

Un’altra emergenza? I finti invalidi! Se ne parlò per mesi e mesi. Apparvero titoli sui maggiori quotidiani e telegiornali. Sarebbe stato “falso” un invalido su 4: il 23% strillavano sdegnati alcuni. Un esercito di scrocconi che privavano i “disabili veri” di quanto era loro dovuto e necessario… Panorama pubblicò addirittura una vergognosa copertina in cui un Pinocchio sedeva in sedia a rotelle, con in bella vista la scritta “scrocconi. Era il marzo 2011, se non ricordo male. Eccola qua la copertina della vergogna…

Tanto si disse e tanto si fece, che venne messa in piedi una gigantesca, folle, mostruosa operazione di revisione. I numeri furono impressionanti. Tra il 2009 e il 2013, furono sottoposte a revisione 854.192 persone. Tra di esse, amputati, persone con patologie degenerative che possono soltanto peggiorare e certamente mai migliorare, ciechi con protesi bilaterali, persone con autismo. Nel carnaio ci finì di tutto. Senza discrimine. Senza considerazione. Senza pietà.

I risultati? Ridicoli.

Sulle 854.192 verifiche, soltanto 67.225 portarono a una qualche revoca. E il 23% di 854.192 è 196.464. Siccome però INPS si era accorta che la mastodontica campagna di verifica straordinaria non stava avendo nemmeno un decimo del successo stimato, incluse nelle verifiche straordinarie anche i beneficiari per i quali già era stata prevista una revisione: per esempio i malati oncologici. Insomma, per ottenere un numero più alto di revoche, INPS ha inserito deliberatamente nel numero delle verifiche straordinarie persone che avevano una più elevata probabilità di revoca, perché le prestazioni di cui godevano erano presumibilmente legate a un momento di particolare fragilità e necessità.

Il ciclopico risparmio ottenuto da INPS, al termine di quest’abnorme oscenità, fu di 352,7 milioni di euro. Da questa cifra vanno però sottratti i 101,2 milioni di euro che INPS spese in consulenze mediche esterne: mica l’Istituto poteva pensare di sostenere una campagna del genere con il solo, scarso personale interno! Vanno tolti un altro 70 milioni per spese di struttura: il tempo degli impiegati, la spedizione di tutte quelle raccomandate e via ad andare. Il risparmio scende dunque a 181,5 milioni». E c’è ancora da togliere il contenzioso. Già, perché chi si vede levare le provvidenze spesso fa ricorso. E INPS perde in non meno del 45% dei casi, sicché si trova costretta a restituire le provvidenze sospese, gli arretrati e a pagare le spese di giudizio. E così se ne sono andati altri 70 milioni di euro del fantastico risparmio. Fatti tutti i conti e fatti anche con prudenza, INPS ha risparmiato affrontando questa terribile emergenza emergenziale la cifra stratosferica di 111,5 milioni, meno dell’1% di quanto spende ogni anno in pensioni d’invalidità e assegni di accompagnamento. Questa la fonte dei dati, se interessa.

Campagne stampa sono state organizzate, persone sono state sbattute in prima pagina ed etichettate come ladri quando in realtà disabili lo erano davvero, e tutto questo per quelle che, fatte le debite proporzioni, sono briciole. Sarebbe come se uno mettesse a soqquadro casa, per risparmiare, su uno stipendio di €1400, poco più di €12. Ecco l’emergenza “falsi invalidi”, ridotta ai suoi numeri postumi. Numeri che però non sono arrivati alla grande stampa generalista. Nell’opinione pubblica, ancora oggi, alligna la convinzione che ci siano centinaia di migliaia di falsi invalidi. Di quando in quando, qualche servizio giornalistico torna a parlare del cieco che va al bar da solo o del paralitico ballerino o di Dio solo sa che altro. Di tanto in tanto, qualche politico torna a ventilare l’ipotesi di riprendere la caccia: dobbiamo pur nascondere sotto il tappeto di un furore legalizzatore la polvere dei fatti che siamo il terzultimo paese europeo in termini di. Spesa per pensioni d’invalidità in rapporto al PIL, no? Fine della gravissima emergenza falsi invalidi.

Ce ne sarebbero tante altre. L’emergenza dei “furbetti del cartellino”. Oppure l’emergenza dei “furbetti del certificato” che spinse il Ministro Brunetta a rendere draconiana la disciplina della malattia per i pubblici dipendenti, aumentando il periodo di reperibilità che originariamente era, per tutti, dalle 10 alle 12 e dalle 17 alle 19 a una roba del tipo dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 20. Che i dipendenti del Privato all’epoca facessero più malattia di quelli del comparto pubblico era un fatto che non interessò mai a nessuno.

Ma un’emergenza non fu mai e continua a non essere la demolizione costante del nostro SSN. In vent’anni, abbiamo perso migliaia di posti letto. Plessi ospedalieri sono stati chiusi. I rubinetti della formazione universitaria sono stati stretti. E così, ora, la sanità di prossimità, già gravemente provata da tagli e riforme creative nel nome dell’efficienza, adesso fronteggia il pensionamento di migliaia di medici di medicina generale, che nessuno ha la minima idea di come diavolo sostituire, se non aumentando il numero massimo di pazienti che i medici rimasti sul campo possono prendere in carico, senza che però questa presa in carico possa corrispondere in qualche modo anche a una presa in cura. Intere comunità rischiano di ritrovarsi senza medici di base e senza plessi sanitari: i primi se ne sono andati in pensione, i secondi sono stati chiusi. Questa sì che è una reale emergenza: milioni di cittadini che vengono messi in uno stato di impedito o difficoltoso accesso alla sanità sono un’emergenza grave, gravissima. Ma… Semplicemente, nessuno ne parla.

L’emergenza è soprattutto una costruzione culturale: sociale, mediatica, politica, economica. Sanitaria? Sì, certo, anche sanitaria. Ma è soltanto uno degli elementi che concorre a definire ciò che si può a tutti gli effetti considerare il “prodotto emergenza”. Ogni anno migliaia di persone muoiono per incidenti automobilistici. Altre decine di migliaia rimediano un’invalidità permanente per la stessa causa. Ma nessuno si sogna di definire un’emergenza “traffico automobilistico”. S’insiste sulla responsabilità individuale, certo. Si è persino istituito il reato di omicidio stradale. Nessuno però parla ad alta voce del fatto che, se hai milioni e milioni di automobili in giro ogni minuto, che qualcuno ci lasci le penne è semplicemente un’iinevitabilità statistica. Soprattutto se, spesso, un’alternativa al trasporto privato individuale di fatto non esiste.

Tutto questo per dire che cosa?

Beh, semplicemente, che c’è o può esserci sempre un’emergenza: vera, verosimile o del tutto costruita. E che anche un’emergenza reale non dovrebbe mai essere una ragione sufficiente per sospendere il giudizio critico sulle misure scelte per affrontarla.

È possibile che il Green Pass sia necessario? Sì, certo, è possibile. Personalmente ho più di una ragione che a me pare valida per ritenerlo brutale, meschino, ricattatorio e in ultima analisi eticamente questionable, ma sono mie opinioni personalissime. Ma, al di là di questo, trasporre l’Intera questione della lotta alla pandemia sul piano dell’essere pro o contro al green pass o alla vaccinazione, a me pare un tantino superficiale. Certo, abbiamo davanti un’emergenza che va combattuta coi mezzi che abbiamo a disposizione. E, probabilmente, emergenza sarebbe rimasta anche in altri e più favorevoli contesti. Ma, numeri alla mano, cosa ci ha reso ancora più fragili davanti a quest’onda anomala? La demolizione della sanità di prossimità, la chiusura di innumerevoli plessi ospedalieri, l’eliminazione di centinaia e centinaia di unità di terapia intensiva, la devoluzione di preziose risorse al sanitario privato, l’indebolimento della formazione universitaria, il taglio del personale infermieristico e OSS. Tutto questo è stato compiuto sotto i nostri occhi nel nome dell’efficienza.

In ultima analisi, abbiamo osservato il mare e abbiamo visto che, tutto sommato, di grosse tempeste non ne scatena tantissime. E così, abbiamo progettato, con assoluta, folle razionalità, un meraviglioso bastimento in grado di reggere il mare di tutti i giorni e, sia pure con un po’ di stress aggiuntivo, anche qualche maretta, addirittura qualche mareggiata di quelle un po’ più intense. Ma tutto qua. Pareva del tutto ragionevole, razionale, efficiente. Abbiamo fatto le paratie un po’ più sottili, abbiamo risparmiato sullo spessore dello scafo, i motori li abbiamo installati un po’ meno potenti e le scialuppe… Beh, di Titanic ne è successo soltanto uno no? Poi però è arrivata la tempesta quella vera, quella dura, quella incazzata. E così le lamiere dello scafo hanno cominciato a flettersi. Qualche saldatura ha iniziato a far filtrare acqua. Pezzi della sovrastruttura se ne sono andati via. I motori non avevano la potenza necessaria per garantire il governo dell’imbarcazione. E non avevamo nemmeno abbastanza marinai per tenere sotto controllo i danni, perché anche i marinai costano e perché mai imbarcarne più di quanto appare ragionevole, razionale, efficiente? E così quello che in porto e a mare calmo appariva un progetto prodigioso per efficienza e razionalità, alla prova dei fatti si è rivelato per quel che era: una trappola, una bagnarola fetente e micragnosa, buona a navigare in un bacino. Certo, al momento,, c’è da aggottare furiosamente, anche perché le pompe di sentina non ce la fanno da sole a tenere fuori tutta l’acqua che entra dalle saldature che non hanno tenuto. Ma, mentre si fa il possibile per non andare a finire a far compagnia ai pesci, non sarebbe male imparare la lezione, così da progettare qualcosa che il mare riesca a tenerlo per davvero.

Ecco, questo passaggio a me pare che un po’ manchi. Anzi, per dirla tutta, a me pare che manchi del tutto. La pandemia è stata una crisi di dimensioni importanti. Ma, nel classificarla e affrontarla (male) per l’emergenza. Che probabilmente sarebbe pur rimasta anche in condizioni di partenza un po’ meno disastrose di quelle in cui ci siamo fatti sorprendere, abbiamo perso l’occasione di riflessione che la crisi pure ci offriva. E così, abbiamo aggottato furiosamente, abbiamo stretto i denti e abbiamo appeso al pennone più alto i disfattisti che denunciavano le pecche strutturali gravissime del nostro aspirante sommergibile. E, se Dio vorrà, supereremo la tempesta, rivedremo il sole e il mare la smetterà di squassarci lamiere e carni per ricominciare a farci ondeggiare al suo lento, consueto, antico ritmo. E continueremo a navigare.

Fino alla prossima tempesta.

Sfogo manifestamente impotente.

Messaggio al bastardo che quest’oggi attorno alle 16:50 Sul treno interregionale da Bologna a Venezia Santa Lucia, all’altezza della stazione di Padova, mi ha rubato lo zaino con dentro il bastone bianco, il computer, una borraccia e un paio di cuffie.

naturalmente ti perdono per aver fatto quello che hai fatto. Nel perdonarti, però, con fervida fermezza ti auguro, prima di tutto, di poter avere la meravigliosa esperienza di diventare disabile.

E poi, caro bastardo, Affinché tu possa sviluppare l’empatia e la simpatia nei confronti anche della peggiore feccia che costituisce parte dell’umanità, feccia di cui al momento tu fai incontestabilmente parte, ti auguro, dicevo, che qualcuno approfitti della debolezza derivante dalla tua nuova disabilità per farti tanto male.no, non sto parlando di male fisico.quello non te lo auguro perché da quello se guarisce senza eccessivi problemi. Basta, al limite, un buon rianimatore, un discreto ortopedico e un terapista della riabilitazione senza eccessiva pietà.

Parlo di quel male che deriva dal maturare la consapevolezza che, alla fine, basta che un balordo lo decida, e la tua disabilità diventa un punto debole del quale davvero chiunque può approfittarsi, basta che lo voglia.

Parlo di quel senso di precarietà che deriva dalla consapevolezza di dipendere, in maggior misura che tutti gli altri, dalla propensione del prossimo a non fare il male, perché, quando il prossimo decidesse di farlo questo male, la tua disabilità ti metterebbe in una posizione di accresciuta debolezza e di diminuita capacità di difesa o anche soltanto di consapevolezza.

Quando il mio augurio un giorno dovesse realizzarsi, allora capirai quanto è sottile la pellicola della civiltà e quanto le persone in maggiore difficoltà ne hanno bisogno e quanto male fanno, da un punto di vista esistenziale, le persone che si comportano come te instillando in quelli che già di loro vivono una situazione di fragilità e precarietà, un senso di insicurezza ancora maggiore, ancora più profondo.

Probabilmente nemmeno leggerai questo post. Anzi, ne sono praticamente sicuro. E anche se dovessi leggerlo, sicuramente non te ne fregherebbe nulla. Quello che sei e che sei riuscito a rubare con estrema facilità e scarsissimo rischio di essere identificato o anche soltanto visto, visto che hai rubato a un cieco, un bello zaino seminuovo, delle cuffie professionali usate molto poco, un computer portatile in ottimo stato che, se anche non è proprio l’ultimo grido della tecnologia, non fa nemmeno poi schifo, caricabatterie, cavi e tutto quello che serve.

E magari ti stai sentendo tutto fiero di questo “colpo facile”! Mica capita tutti i giorni il colpo di culo di trovare un orbo che viaggia da solo in una carrozza quasi completamente vuota! Napoleone disse: “Datemi dei generali fortunati!” Varrà pure anche per i ladri questo detto, o no?

Chissà cosa te ne farai dei soldi che guadagnerai rivendendo quello che mi hai rubato. Se già non hai venduto tutto, scaraventando lo zaino da qualche parte, magari dalle parti di via Aspetti a Padova.

A me resta l’onere di trovare il modo di ricomprare tutto quello che tu mi hai rubato. A proposito… Anche il bastone bianco m’hai rubato… Uscire dalla stazione di Treviso senza averlo in mano, confidando in quella pochissima vista che mi rimane e sugli altri quattro sensi, senz’assistenza, non è stata una passeggiata di salute, al punto che, quasi quasi, mi fa passare la voglia di perdonarti. E mi rimane anche da ricostruire quel bozzolo di salvifica incoscienza, unico strumento protettivo che consenta a chi ha una disabilità di affrontare in qualche un modo un mondo i cui spigoli non sono stati pensati per accomodare chi ha qualche svantaggio in più.

È questo il danno più grande che mi hai fatto. Non già il furto delle cose che erano nello schermo. È la terrificante, serpeggiante sensazione d’insicurezza che ti spinge a riflettere sul fatto che la tua disabilità, indipendentemente da quanto possa essere reso accessibile architettonicamente e urbanisticamente l’ambiente in cui vivi e ti muovi, costituisce e costituirà sempre un elemento di debolezza ineliminabile di cui chiunque voglia potrebbe, volendolo, approfittare con buone probabilità di farlo a man salva. È un’insicurezza corrosiva, cui sarebbe meglio non pensare e cui, di fatti, normalmente non si pensa. Ma poi ti capitano sul cammino della vita bastardi come te… E allora diventa impossibile non pensarci e la sola cosa che puoi fare è sperare di riuscire a smettere di arrovellartici sopra il più presto possibile.

Ti maledirei, se servisse a qualcosa… Se anche solo riuscissi a pensare che potrebbe servire a qualcosa. Ma, siccome so che benedizioni e maledizioni sono aria fritta, altro non mi resta, appunto, che il perdono. Non posso odiarti. Non posso nemmeno disprezzarti. Dopo tutto, forse, nemmeno è colpa tua se ti comporti da spazzino di carogne. Magari avrai avuto una brutta infanzia. E, di conseguenza, razionalmente, altro nom mi resta che perdonarti. Ma la speranza che tu possa un giorno capire quel che hai fatto dovendolo passare tu sulla tua pelle, questa no, non riesco a fare a meno di concedermela.

Buona vita e… Buoni acquisti.@

Epistola postuma

Caro S, M’è preso un colpo quando ho visto, l’altro giorno, il tuo nome nell’elenco dei soci della mia sezione che ci hanno lasciato.

Eri anziano, sì, certo. Ma non eri poi così vecchio. Quando ho letto il tuo nome, ho voluto sapere com’era successo. E così ho scoperto che anche tu sei stato portato via da questa maledetta malattia che ha accarezzato anche la mia vita: ben più lievemente di quanto non abbia fatto con la tua, ma comunque con sufficiente rudezza per farne percepire l’estrema fragilità. Quella che per troppi sarebbe “poco più che un’influenza”. Quella che, in un anno, ci ha regalato decine di migliaia di vittime. E, disperso chissà dove in quello sterminato elenco, adesso so esserci anche il tuo nome.

Sei arrivato da me come arrivano molti della tua età. Stavi velocemente e inesorabilmente perdendo la vista. Oramai, quella che ti rimaneva era più un’idea di vista, che una vista vera e propria. Eppure, a settantotto anni, hai avuto più coraggio e intraprendenza di molti più giovani di te. Ti sei iscritto da noi. E, come prima cosa, hai voluto acquistare un bastone bianco per potere continuare a muoverti in sicurezza. Dopo questo, hai voluto imparare a usare l’iPhone. Hai voluto imparare come si mandano messaggi con WhatsApp, come scaricare applicazioni, come usare il libro parlato, come ascoltare podcast, come servirti del cellulare per leggere testi a stampa.

E tutte queste cose le hai imparate. Le hai imparate bene. Pur continuando a perdere vista fino a diventare cieco assoluto, hai voluto continuare a venire in sede: per prendere lezioni, per pagare la tessera, talvolta anche soltanto per fare un saluto.

In qualche modo, hai saputo riempire di nuovo di senso la tua vita, hai reinventato nuovi modi per continuare a fare le stesse cose che facevi prima di perdere la vista: muoverti, leggere, cucinare, restare in contatto con chi ti era caro.

In un certo senso, temevo le tue chiamate. Perché eri esigente. Le tue non erano domande oziose, fatte così, tanto per fare. Erano domande sorrette da un reale bisogno, che rispondevano a una sentita esigenza di autonomia, autosufficienza, desiderio di vita e di vita di qualità. Erano domande esigenti, che caricavano il destinatario della responsabilità di dare risposte fattive, puntuali.

Poi, sei scomparso.

Ma io ero (e sono) troppo immerso in torrenti di continue emergenze e urgenze. Sì, avevo notato che non ti facevi più sentire. E mi ripromettevo di chiamarti, di chiederti com’è che andava KNFB-Reader, o se riuscivi a cavartela con l’ultimo aggiornamento di questa o quell’applicazione. Ma non ho avuto il tempo. Non riuscivo mai ad avere il tempo Un tempo che continuava (e continua) ad essermi rubato da infinite minuzie: riunioni, teleconferenze, burocrazia, firme, carte.

E così te ne sei andato, senza quasi che me ne accorgessi. E soltanto quel nome in quella lista mi ha costretto a prendere dolorosamente atto che non ci sarebbero più state “domande esigenti”.

Non potrò mai più dirtelo di persona. Ma voglio che, là fuori, il maggior numero di persone sappia che sei esistito e che, a mio modo, ti ho senz’altro voluto bene e che certamente ti ho stimato. Io ti ho fornito il materiale, ma tu ci hai messo la grandezza e la sostanza: il coraggio di reimmaginare un altro te stesso e di non porre fine al tuo progetto di vita: nonostante l’età, nonostante il macigno che t’è piovuto addosso.

Buon viaggio S: ovunque ti porterà, sarà un luogo dove senz’altro saprai fare buon uso di te stesso.

Stammi bene, il tuo “professore di iPhone”.

Una piccola storia non poi così ignobile…

Oggi vi racconto una storia.

È una sera come tante per T, che s’alza dal letto per fare pipì. Ma, quando ci ritorna, qualcosa accade. Tenta di parlare, ma la parola incespica nella gola, non esce, s’incanta, s’ingarbuglia. La lingua s’annoda.

Fortunatamente sua moglie è un’ex infermiera e riconosce i sintomi di un ictus. Chiama immediatamente un’autoambulanza che lo porta di filato in ospedale. Nonostante la tempestività dell’intervento, però, il danno è serio. Non si tratta di un vero e proprio ictus, quanto di un’ischemia emorragica: da qualche parte, nel cervello, una vena o un’arteriola s’è rotta e ha sparso sangue dove non doveva essercene, impedendogli d’arrivare, con il suo carico vitale d’ossigeno, dove c’era bisogno di lui.

La vita è fragile cosa, fragile quanto il tessuto del cervello, che inizia a morire qui per la carenza d’ossigeno, là per la pressione del sangue che sta dove non dovrebbe esserci. E, nonostante si sia intervenuti rapidamente per riparare il danno, le conseguenze ci sono e non sono lievi.

T va in coma. Rimane per molto tempo nell’Unità di Terapia Intensiva e, quando si risveglia, perché alla fine ce la fa, non è più la stessa persona di prima. Ha grosse difficoltà di parola e un lato del suo corpo non risponde più come faceva prima.

La riabilitazione cui lo sottopongono migliora un po’ le cose, ma non abbastanza perché T possa ritornare a fare una vita del tutto autonoma. Ha e avrà sempre bisogno di un’assistenza continua, un’assistenza che la moglie, anche lei non più giovanissima, non è in grado di fornire.

E così, la sofferta decisione di ricoverare il buon T in una RSA… Una casa di riposo in sostanza.

Ogni normalità ferita anela alla cicatrizzazione di una nuova consuetudine. Per questo, per quanto sia grave il trauma, profondo il dolore, tutti cerchiamo di ritrovare l’equilibrio di una nuova routine. E questo fanno T, sua moglie, il figlio e i nipoti. T s’assesta nella sua nuova “normalità”. Piano piano, passa dalla nutrizione parnterale a quella per bocca, sia pure assistito e aiutato dalla moglie e dagli operatori della RSA. Ricomincia, piano piano, a muoversi usando la sedia a rotelle, esplorando i limiti e le potenzialità della sua nuova forma di autonomia. Sua moglie gli sta vicino: tutti i giorni, tutto il giorno.

In una parola, la vita continua.

Poi però arriva il COVID-19.

Nella RSA di T in molti si ammalano, sia tra gli operatori che tra gli ospiti. Ma T no. Nonostante la sua fragilità, T non s’ammala. Non mostra sintomi e i suoi tamponi rimangono negativi. Ma questo non gli è di grande aiuto. Gli operatori, nello sforzo di tenerlo lontano dal rischio, gli tolgono le visite della moglie e gli levano anche la carrozzina: non sia mai che, andandosene a zonzo per la struttura, toccando qui e là, non si prenda il maledetto COVID-19. Siccome però T non s’arrende al restringersi dei suoi spazi di libertà, attorno al suo letto s’erigono le sponde di contenimento e attorno al suo torace si stringe la cinghia di contenzione.

T Ibizia a rifiutare il cibo. Deperisce e, infine, muore. Fortunatamente non da solo che la testardaggine della moglie riesce, se non altro, a risparmiare a T almeno quest’ultima atrocità. Ma comunque muore.

T non è una vittima del COVID-19, non rientra nel computodei morti che ogni giorno ci viene scaraventato addosso dai giornali, dai social e dalla TV. Il suo tampone non è mai stato positivo, né ha mai sviluppato anticorpi. T è molto probabilmente una delle vittime, probabilmente nemmeno poche, delle misure che abbiamo preso per salvaguardare le vite dal COVID. Solo che per salvare la vita, abbiamo finito con il renderla meno degna d’essere vissuta.

Gli amanti di Star Trek forse ricordano una razza incontrata dalla USS Voyager nel quadrante Delta. Sono i Vidiani. Questa razza, pure tecnologicamente molto avanzata, soffre da millenni di una malattia terribile: la “fagia”. È una malattia contro la quale nemmeno le avanzatissime tecniche vidiane possono molto: degrada organi, muscoli e nervi, causando alla fine la morte, nonostante qualsiasi tentativo di cura. La sola cosa che si può fare per rallentare il decorso sono i trapianti di tessuti. Tutto nella civiltà vidiana è indirizzato a questo scopo. Tecniche sono state inventate per annullare il rischio di rigetto dei tessuti trapiantati, anche quando provengano da esseri di altri mondi. Persino la tecnologia del teletrasporto è stata riadattata per permettere la predazione rapida di organi e tessuti. In una delle puntate di ST-Voyager un personaggio di questa terribile, tragica razza, finisce con il dire qualcosa come: “abbiamo passato così tanto tempo a tentare di salvare vite, che abbiamo dimenticato come viverle”.

Certo, è soltanto fantascienza, ma…

Nella nostra civiltà abbiamo fatto di tutto per allontanare la morte. I cimiteri sono fuori dai centri abitati, non si muore più in casa, ma la più parte delle volte in ospedale o in altre sturtture. Dei funerali non si parla e del morire menché meno. L’invecchiare è visto con profondo sospetto e le sue manifestazioni osservate con sospettoso sgomento.Cantiamo, con deliberata incoscienza, il peana di una vita infinita e di un’ininterrotta giovinezza in cui i corpi dovrebbero rimanere sempre e pienamente funzionanti, possibilmente belli. Combattiamo la nostra mortalità e, quando non possiamo, semplicemente, la rimuoviamo dall’orizzonte di senso del nostro discorso. Censuriamo la caducità esistenziale del vivere. E, per una volta, la medicina in questo ci aiuta, protegge e sorregge.

Poi ecco che arriva un virus. Una cosa che non è né viva, né morta. Ma uccidere questo sì che lo sa fare abbastanza bene. E lo fa. E riporta prepotentemente la morte al centro del discorso: privato, pubblico, politico e mediatico. Quanto più qualcosa è stato rimosso, con tanta maggiore preminenza e prepotenza si riafferma. E la morte questo ha fatto negli ultimi mesi. Con i numeri tutti i pomeriggi alle diciotto, con i cortei delle bare portati dai camion dell’Esercito… Con i discorsi fatti a mezza voce tra amici, parenti e conoscenti. La morte è tornata, per ricordarci che, dopo tutto, non se n’era mai andata.

E noi l’abbiamo combattuta. Con tutti i mezzi che avevamo. Alcuni l’hanno negata, dicendo che, dopo tutto, non si muore “di COVID” ma “con il COVID”, tentando inconsciamente di rimuovere l’eccezionalità dei tempi che stiamo pure vivendo. Altri hanno fatto ricorso a ogni misura ipotizzabile e possibile per negare a questo nuovo messaggero di Thanatos l’ingresso ai nostri corpi. A tal punto hanno lottato contro la morte, da rendere intollerabile la vita.

Io non ho facili soluzioni da indicare: non so nemmeno se ve ne siano. Altri, più intelligenti di me, spero, sapranno divisarne. Ma, mi chiedo, per T e per molti altri non sarebbe stato forse meglio correre i loro rischi con il nuovo virus, piuttosto che vedersi privare di tutto ciò che rendeva la loro vita degna d’esser chiamata tale?

Il pesce d’aprile sopravvive il Laguna

Cari affezionati lettori,

Oggi vi conto la Storia del Pesce d’aprile che in Laguna di Venexia vive ben oltre il primo d’aprile.

Con squillo di tromba e sonar di fanfara, il Governatore Luca, che oramai per sopravvenuta affinità per chi lo ama e sfiancata assuefazione per chi… Come dire, non lo ritiene esattamente ‘sta galattica eccellenza, lo chiamiam tutti così, annunciava il varo della piattaforma di Serenissima Vaccinazione.

In qualità di talpa bipede certificata con debita garanzia di effettiva gravità, il vostro umile autore, già il primo d’aprile si scaraventava sul portale per mettersi in fila. Ma, attesa sorpresa, causa esaurimento vaccini la piattaforma avrebbe visto il suo varo soltanto il 2. Il 2 mattina son stato troppo impegnato a trovare un modo perché venisse sera e così…

La mattina del 3 ricevo una chiamata di un’amica che mi dice che, pur avendone effettivamente diritto, non le riusciva di prenotarsi: anche lei talpa bipede e dotata del relativo marchio di effettiva gravità.

Messo in allarme, ho provato io pure a imbarcarmi nell’impresa. Mi sono collegato al grandioso sito, ho inserito il mio codice fiscale e…

Screenshot della schermata del portale che riporta la scritta “Attenzione non appartieni alle categorie che attualmente possono prenotare”

E siccome che sono ciecato, ma sono anche presidente di una sezione locale di un’associazione di ciecati, ho voluto fare una prova e ho tentato di iniziare il processo di registrazione usando come credenziali i codici fiscali di alcuni miei soci che sapevo per certo avevano i requisiti. In breve, ho fatto il tentativo con 15 nominativi. per tre di questi il meraviglioso portale per le vaccinazioni Regione Veneto riporta che avevano già iniziato il percorso vaccinale. Dei restanti 12, 6 il sistema li accettava, mentre per altri 6 il messaggio rimaneva: Attenzione non appartieni alle categorie che attualmente possono prenotare”.

E siccome che sono ciecato, capita che di altri ciecati, in giro per la Regione ne conosca diversi altri. E non sono proprio pochi quelli che, nelle varie AULSS, denunciano problemi identici ai miei.

e mentre facevo tutti questi bei tentativi, mentre tentavo di entrare in contatto con il favoloso numero verde, il tempo passava e mi è venuta la luminosissima idea di entrare con il codice fiscale della mia genitrice. E ho scoperto che, mentre io tentavo inutilmente di capire il come e il perché non mi riuscisse di prenotare una vaccinazione di cui, secondo ogni linea guida di ‘sto paese in deriva verso la follia virale avrei ogni diritto, altri la prenotazione l’avevano pur fatta, esaurendo, almeno per il momento, tutti i vaccini disponibili.

Screenshot della pagina web che mostra l’esaurimento dei vaccini disponibili nei vari centri di vaccinazione.
Screenshot della pagina web che mostra l’esaurimento dei vaccini disponibili nei vari centri di vaccinazione.

E così, a distanza di 6 giorni dal varo in pompa magna dello splendentissimo portale per le vaccinazioni, ancora non sono riuscito a prenotarmi, né mi è riuscito di palare con qualcuno che sappia spiegarmi il come e il perché ciò non sia possibile, né sono di un passo più vicino a capire come rendere possibile ciò che avrebbe dovuto essere semplicemente automatico. In fondo, che diavolo ci vuole? Se hai una disabilità in stato di gravità, hai diritto alla priorità vaccinale. Non c’è niente di complicato, niente di astruso, niente di irrimediabilmente ingarbugliato.

Sono sicurissimo che, prima o poi, riuscirò ad avere un contatto con qualcuno che mi saprà escogitare una qualche spiegazione sul perché una cosa apparentemente banale come l’inserire tutti i disabili in stato di gravità all’interno di una lista ordinata per codice fiscale si sia rivelata a tal punto complessa che, fatto un controllo a campione totalmente casuale su 14 aventi diritti, 6 risultavano non presenti nelle liste. E sono anche fiducioso nel fatto che questa spiegazione sarà persino vera. Ma non è questo il dannato punto. Non più.

In questa stramaledetta pandemia, le persone con disabilità sono sempre e comunque state fanalino di coda. Sempre, senza eccezione.

Quando è iniziata l’emergenza, i vari CEOD, centri residenziali e consimili strutture sono stati chiusi e chi vi era ospitato è stato semplicemente scaraventato in carico alla famiglia di origine, senza nessuna valutazione preliminare caso per caso se e su quanto questa fosse in grado di sobbarcarsi il carico assistenziale. Già, perché in non pochi casi, le famiglie erano composte soprattutto, se non esclusivamente, da persone anch’esse fragili: spesso anziane, con patologie pregresse. Non è importato a nessuno e, se anche è importato, non è importato abbastanza perché si facesse qualcosa in merito; tant’è che qualcuno per questo è anche morto: sia tra le persone con disabilità che tra i caregiver, di cui nessuno ha avuto cura… Ma tu guarda un po’ che novità! Di più, spesso, se non sempre, l’assistenza domiciliare è stata sospesa e talvolta non per poco tempo.

I lavoratori disabili e in stato di fragilità, hanno vissuto per mesi e mesi in un limbo in cui non hanno potuto sapere da nessuno se le assenze parificate al ricovero ospedaliero, quelle del famigerato “Articolo 26” per intenderci, sarebbero oppure no state conteggiate nel calcolo del periodo di comporto.

Quando si è instaurata la DAD, che già di per sé presenta diverse criticità, nessuno si è preoccupato degli studenti con disabilità. L’unico segno di sciatta attenzione è stata una letterina della ministra Azzolina in cui, in sostanza, diceva “fate un po’ quel che potete, se potete”. Nessuna attenzione all’accessibilità degli strumenti usati per la didattica a distanza, Nessun riguardo al contesto familiare di riferimento. I ragazzi sono semplicemente stati smollati in capo alle famiglie, sia che fossero in grado di supportarli nella didattica, sia che non avessero idea di come fare. E ognuno per sé e Dio per tutti. Ed evitiamo di parlare della fantastica soluzione tirata fuori dal cilindro per permettere agli “studenti fragili” di frequentare in presenza… Perché, altrimenti, nulla potrei dire rimanendo nell’alveo della civiltà.

Se dovessi poi parlare dell’assistenza fornita ai disabili positivi al COVID-19 o ai loro caregiver, beh, l’espressione “abbandono istituzionale” non sarebbe sufficiente a descrivere i drammi di cui ho sentito parlare in questi mesi, in cui praticamente nulla è stato fatto per trasformare ciò che all’inizio era comprensibilmente un’emergenza, in qualcosa di grave ‘sì, ma comunque gestito e gestibile.

E adesso, nell’ultimo atto di questa farsesca galleria della sciatteria, dell’approssimazione, del pressappochismo, emerge che, ancora e di nuovo, le persone con disabilità, in barba alla pomposa formalità di raccomandazioni ministeriali e linee guida, devono annaspare, faticare, ingegnarsi, informarsi, lottare.

Arrivati a questo punto, a me, come cittadino, non interessano più le spiegazioni e non voglio più nemmeno le scuse. Voglio che questo problema sia risolto e che sia risolto ora: non domani, non fra una settimana, non fra due. Esigo che sia risolto perché questo problema non avrebbe nemmeno dovuto presentarsi. per una volta, una sola, maledetta, dannata volta, la persona con disabilità avrebbe dovuto potersi collegare al suo maledetto portale di riferimento, inserire il suo banale codice fiscale e vedere apparire una pagina che testimoniasse che, per una volta, una sola maledetta volta, le cose erano andate bene o, meglio, come sempre dovrebbero andare.

E invece no. Anche questa volta, una volta di più, occorrerà chiedere, scrivere, sollecitare.

Soltanto una cosa ho da dire: cialtroni. Quale che siano le ragioni burocratiche, tecniche, politiche o astrologiche per quest’ennesima offesa ai diritti delle persone più fragili di questa società, vi siete condotti da cialtroni. E questo è quanto.

Cari signori, il primo aprile è passato da mo’. E sto pesce ormai puzza, puzza assai, puzza troppo.

PS: prima che qualcuno mi venga a fare la morale, questo post è l’espressione delle mie opinioni personali di Massimo Vettoretti, privato cittadino, persona con disabilità, non del Presidente dell’UICI di Treviso.

Doping

Per una mia socia, ho passato allo scanner diversi testi sul counseling e sul coaching, mentale e no. È roba per un master post lauream.

Non ho studiato i manuali in questione, perché la materia m’interessa troppo poco per farla diventare parte stabile della mia cultura, ma non abbastanza poco per non darci una sbirciatina. Non conto le volte in cui nei testi appare il termine performance. La metafora dominante, soprattutto per quanto riguarda il coaching, è quella dello sport. Ogni aspetto della vita, dal lavoro alle relazioni, è riformulato avendo come chiave interpretativa quella dell’incontro sportivo agonistico. Competizione ed efficacia sono i termini chiave, i metri su cui si misura tutto. E il coach è lo spacciatore di sostanze dopanti per la mente che aiuta a rendere non solo sopportabile tutto questo, ma addirittura avvincente.

Il coach è colui che ti allena ad essere efficiente ed efficace. Il coach ti sprona, ti spinge, ti segue e ti pungola. Il coach è quello che ti mette davanti agli occhi chi ti sta davanti per incoraggiarti a correre più forte e ti fa vedere i progressi di chi ti segue per dirti che, quale che sia la tua posizione, quali che siano i tuoi risultati, nulla può esser dato per acquisito, stabile e consolidato. Il coach, quand’anche non ci fossero avversari, ti spinge a gareggiare contro te stesso… Così, per non perdere le… Buone abitudini.

E io inorridisco.

Probabilmente, la mia è una visione viziata dalla consapevolezza che, in una vita trasformata in gara e in una società strutturata come e peggio di una competizione per iron maden io avrei scarse speranze. E non solo per la disabilità che mi caratterizza e l’handicap che inevitabilmente ne deriva, ma anche perché sono per natura così pigro che riuscirei ad arrivare secondo in una gara di cui fossi l’unico concorrente. Insomma, la mia natura è adatta alla competizione quanto meno non si potrebbe e “agonismo” ha una troppo minacciosa assonanza con “agonia” perché io possa non guardare qualsiasi cosa che vi si apparenti con profondo sospetto. Ma c’è, nel mio istintivo orrore, qualcosa di più che non il semplice conflitto d’interesse esistenziale, per così dire.

Non riesco a liberarmi dalla potente sensazione che, in un mondo in cui, per non ritrovarsi inevitabilmente a far da zerbino a una suola in rampante ascesa al ruolo di punta del cappello, occorre rimanere sempre e costantemente in uno stato di allarme, ci sarebbe molto scarso posto per tutto ciò che, in ultima analisi, rende questo mondo un posto in cui valga la pena di starci e di voler rimanere. Se tutto si riduce a un homo homini lupus, a una competizione disperata e continua diretta o per procura, in cui alcuni sono impegnati a gareggiare e altri dedicano la loro vita a spacciare anabolizzanti mentali per aiutare i primi a primeggiare, allora… che rimane-

leggendo soprattutto uno di questi testi, mi ritrovo a incontrare concetti che sono cari a chiunque abbia studiato un po’- di letteratura e di filosofia. persino l’esistenzialismo di Sartre viene asservito volgarmente a questa competizione infinita: la tesi è, per dirla in soldoni, che, siccome potresti morire prima ancora d’aver finito di leggere quest’articolo (piccola pausa per consentire grattatina bassoventrale scaramantica) allora tanto vale rischiare: insomma, “memento audere semper”, “quia pulvis es et in pulverem reverteris, homo!” E, siccome tanto morire devi, tanto vale spingere forte, spingere tanto, spingere sempre. Ottima idea, se lo si fa in una 100 metri. Ma… In una maratona, rischia di diventare un’ottima ricetta per il suicidio. Individuale e sociale.

E, quando il coaching non basta o non è disponibile o non è accessibile, si parte con gli ansiolitici, con gli antidepressivi, che, sono, non a caso, tra i farmaci più venduti in quasi tutti i Paesi del Blocco Occidentale. A riprova che, o siamo tutti fragilissimi, oppure abbiamo costruito un ambiente di vita iperagonistico, super-stressante, che, se anche sarebbe sostenibile sul breve termine, diventa corrosivo, esistenzialmente corrosivo, sul lungo.

E tutto questo lo facciamo per una presunta “meritocrazia”: l’idea di fondo sarebbe quella per cui, mettendo uomini e idee in competizione, ne emergerebbe, per una sorta di “selezione naturale” ripulita, ammodernata ed espressa con parole ammissibili dal neopuritanesimo del politicamente corretto a tutti i costi, incluso quello del ridicolo, il migliore. E se fosse in un contesto relativamente semplice come quello di una savana, forse forse, potrebbe anche funzionare. Dopo tutto, là, le regole sono ben semplici: mangiare è bene, non mangiare è male ed essere mangiati è peggio e il successo si misura in base alla capacità di mettere al mondo una prole che, per caratteristiche di resistenza, per numero d’individui, o capacità di cura del branco, riesca ad arrivare alla maturità in una misura sufficiente per assicurare la sopravvivenza della specie. E già nella savana le cose sono molto più complicate di come le ho espresse qui. Nella società umana, ipercomplessa com’è, in cui i parametri di valutazione sono tanti e diversificati e nemmeno sempre coerenti, alla fine, questa strategia dell’iperagonismo, non garantisce che ad emergere o anche soltanto a resistere siano davvero i migliori, ma semplicemente i migliori a gareggiare.

Il coaching, per come lo sono riuscito a inquadrare io, è questo. È la separazione definitiva e totale dalla valutazione di merito. Il coach non necessariamente è interessato alla qualità della persona che allena, che sprona, che spinge, pungola e tenta di far primeggiare. Come un avvocato può difendere il pedofilo certamente reo così come la vittima innocente di un errore giudiziario tentando spassionatamente di fare -ottenere a entrambi la minor pena possibile o nessuna del tutto, allo stesso modo un coach può fare coaching indistintamente per Adolf Hitler o per il Mahatma Gandhi. È l’ultima, ennesima manifestazione della supremazia della tecnica che pretende di subordinare a sé etica, morale e scrupolo, un’altro passo lungo la strada verso una società in cui, l’unico parametro di valutazione è la capacità di raggiungere uno scopo dato…. Sulla cui bontà si rinuncia anche soltanto a esprimere dubbi.

Think different!!!

Questa è la storia dell’acquisto di un iPhone. O, meglio, è la storia di un cieco che tenta di acquistare un iPhone con IVA agevolata presso un Apple Store.

Prima di tutto, una premessa per chi tra i miei lettori non avesse l’alcool squisita fortuna di godere degli invidiabilissimi privilegi che conseguono all’eletta condizione d’essere persone con disabilità.

Noi persone disabili avremmo diritto a due tipi specifici di sostegno alla nostra indipendenza, alla nostra qualità di vita e alla nostra inclusione sociale. Il condizionale quando si parla di diritti, in Italia, è ovviamente d’obbligo, che più spesso che no, esigere un diritto è un percorso ad ostacoli che richiede pazienza, determinazione, tempo, energie, non di rado danari, conoscenza del sistema e diverse scorte di fegati, palle (od ovaie) da sacrificare lungo il cammino che, comunque, potrebbe, nonostante i migliori sforzi, non giungere a destino. Dicevo… Noi fortunelli che la sorte ha baciato in fronte con una disabilità avremmo due tipi di diritti: possiamo richiedere protesi, ortesi o ausili specifici tramite il Sistema Sanitario Nazionale, oppure, su alcuni prodotti di comune reperibilità, abbiamo diritto a un’aliquota IVA agevolata (al 4%) e a una detrazione IRPEF, se non siamo incapienti, è ovvio. Tra i “prodotti di comune reperibilità” su cui s’applicano queste condizioni ci sono a buon diritto gli smart Phone.

E così, sabato scorso, 26 settembre 2020, me ne sono andato all’Apple Store presso La Nave de Vero, che sarebbe un centro commerciale in quel di Mestre, più o meno. Il mio intento , povero sciocco, era quello di acquistare un iPhone SE con IVA agevolata al 4%. Per farlo, mi ero munito di scansione del mio verbale di cecità civile e del meraviglioso certificato che attestava “il collegamento funzionale tra la disabilità specifica e il dispositivo”. È un certificato che dev’essere emesso dal medico specialista, del SSN e che non è esattamente semplice procurarsi. Possono volerci anche diversi mesi per ottenere un appuntamento per farselo rilasciare e non sono poche le persone che alla fine ci rinunciano perché ci vuole troppo tempo ed è troppo complicato. È quindi un documento prezioso, che noi tutti conserviamo gelosamente; anche perché, una volta che uno c’ha un pezzo di carta che certifica il legame funzionale bla bla bla bla per acquistare un iPhone, siccome il certificato non ha scadenza, non è che, se l’anno dopo o dopo due anni ti devi cambiare il telefono, ti fai emettere un altro certificato: non serve, ti basta il primo.

Supero le forche caudine delle misure anti COVID e finalmente riesco a parlare con un addetto alle vendite. È tanto carino e gentile. Scegliamo insieme il colore e tutte le altre belle cosine che si scelgono quando si compera un iPhone. E poi arriviamo alla fase del pagamento. Io gli ricordo che mi serve l’IVA agevolata e lui fa: “Nessun problema!”

Ma il problema invece c’è. Lui vuole l’originale del certificato di prescrizione del medico specialista. E non per vederlo. Cioè, lui se lo vuole proprio tenere. Eventualmente, se voglio, me ne può dare una fotocopia, ma l’originale se lo vuole tenere.

Io provo a spiegarli che non è possibile. Non possono pretendere che io gli consegni un documento in originale. E non posso certo lasciarglielo, perché quel documento a me potrebbe servire in un’altra occasione futura. Niente da fare: Apple Retail ha dato queste direttive e da quelle direttive non si sposta.

Io però nemmeno. E così mi fa parlare con il suo superiore.

Io li adoro questi ragazzi degli Apple Store. Devono avere fatto tutti più o meno gli stessi corsi, perché parlano tutti più o meno allo stesso modo. Paiono cloni, in un certo senso. Il responsabile mi spiega con comprensione che lui capisce la mia opinione, ma che Apple Retail ha dato le linee guida e loro le devono seguire.

Io provo a spiegare che non è una mia opinione. È la Legge che dice determinate cose. Quel certificato non è pensato per consentire un solo acquisto di un singolo oggetto, ma certifica il collegamento funzionale tra un tipo di dispositivi e una specifica disabilità. La norma non impone un numero massimo di acquisti in un dato periodo di tempo e non dice che da nessuna part che il venditore abbia il potere di ritirare un documento che è di proprietà della persona che lo presenta e cui è intestato.

E di nuovo: “Io capisco che tu possa sentire in questo modo, Massimo”. Ecco, se volevi farmi montare la mosca al naso, hai trovato il modo giusto: la comprensione sintetica di plastica. Il fingere partecipazione e comprensione del mio punto di vista. Tra l’altro, è una tecnica di comunicazione mediocre e francamente smaccata se non la sai fare bene: l’empatia o la provi o non la provi, ma se la vuoi fingere, devi essere bravo altrimenti risulti ridicolo e anche offensivo.

Io ripeto che non è una mia opinione, ma che è la norma a dire questo. Non è il mio modo di sentire, ma il modo in cui la norma è scritta. Ma non c’è niente da fare: “Lui capisce il mio modo di sentire”. Mi verrebbe da urlargli in faccia. Ma lo capisco: lui è un poveraccio qualsiasi, mandato in seconda linea appena dietro i venditori, pagato magari uno sputo e quello che ha il mandato di fare è applicare delle direttive di cui nulla gli è dato sapere, se non quel che gli è stato detto o scritto. E con quest’armamentario fondamentalmente inadeguato, più un’infarinatura di tecnica di comunicazione da sbarco, è mandato sul fronte. Però io non posso andare a prendermela con i signori di Apple Retail Italia. Loro non sono qui.

E così continuo a tentare di spiegare. Ma non c’è niente da fare: le direttive di Apple Retail sono scolpite nella pietra e non si possono mettere in discussione. Perdo la pazienza. E gli dico: “Guarda che tu stai facendo una cosa illegale: non mi puoi obbligare a consegnare un documento in originale! Se continui così, non mi lasci altra scelta che rivolgermi alle autorità competenti”.

Il mio è ovviamente un bluff: davanti ad abusi del genere, la persona con disabilità, in Italia, non ha difese immediate possibili. Chiamare i Carabinieri o la polizia urbana o anche le Fiamme Gialle non serve a niente. Questi spesso non hanno la più pallida idea delle normative che dovrebbero fare applicare e dei diritti che dovrebbero aiutare a rendere esigibili. Spesso nemmeno sono al corrente delle norme più basilari come quella del libero accesso del cieco accompagnato da cane guida ai luoghi pubblici e aperti al pubblico. Pretendere che conoscano e difendano un’oscura norma che riguarda l’applicazione dell’IVA agevolata per l’acquisto di alcuni beni specifici in favore di una determinata categoria di persone, è francamente una pia illusione. Non esiste un “pronto soccorso” cui un disabile possa appellarsi, se non altro per avere certezza della correttezza della sua posizione. Tutto è affidato alla sua propria determinazione e caparbietà. E anche in un momento successivo, praticamente non esiste un qualcosa che sia al suo servizio per, quanto meno, inviare una lettera di diffida o, ad andar male, per intentare causa. La difesa dei diritti delle persone con disabilità, salvo casi isolati, è lasciata in mano alle vittime di discriminazione o ingiustizia.

Ma il poveretto questa cosa non la può sapere. Magari pensa ingenuamente che davvero qualcosa potrebbe accadere. Ma comunque non si muove. E, anzi, mi dice che lo sto mettendo all’angolo e lui non reagisce bene quando è messo all’angolo.

La conversazione sta acquisendo toni totalmente è surreali. Cerco di fargli capire che non è lui quello messo all’’angolo. Gli spiego che chi sta tentando di imporre un onere irragionevole a qualcuno che di problemi ne ha già abbastanza non sono io, ma è lui e l’azienda che lui rappresenta. E ribadisco che o si sposta dalla sua posizione, oppure non avrò altra scelta che rivolgermi alle autorità competenti… Che non esistono, ma voi non andateglielo a dire!!!

E qui arriva il capolavoro. L’uomo-Apple si fa serio e mi dice che gli sto facendo intimidazione. È Kafkiano: per il fatto di stare chiedendo che venga applicata una Legge dello Stato italiano, io starei facendo intimidazione.

Sono rimasto per un attimo senza parole. Poi cerco di spiegargli, con il massimo garbo che la rabbia montante mi lascia esprimere, che ha detto una colossale, immane sciocchezza. Se gli avessi detto “O mi applichi l’IVA agevolata o ti rigo la macchina!” Allora sì che sarebbe stata una minaccia con relativo tentativo di fare intimidazione. Ma richiamarlo al rispetto di una norma non è intimidazione, è far valere i propri diritti. La risposta è spiazzante: sarebbe soltanto un modo più gentile di fare intimidazione.

Alla fine, dopo non meno di venti minuti di lite, questo se ne esce così: “Guarda, visto che voglio che la tua esperienza qui sia della migliore qualità possibile e la più breve possibile, mi prendo io la responsabilità per la tua IVA al 4%”. Della serie, purché ti levi dalle palle, te la faccio ‘sta cazzo di IVA agevolata, anche se non ne avresti diritto!

E così, alla fine, sia pure con uno sforzo del tutto spropositato rispetto al vantaggio da ottenere, la maledetta IVA al 4% sono riuscito a ottenerla. Ma se al posto mio ci fosse stata una persona meno consapevole dei suoi diritti e della normativa? O se ci fosse stata una persona più stanca o meno tenace?

L’applicazione di un’aliquota IVA agevolata può sembrare piccola cosa. E, in effetti, rispetto ai grandi temi dei diritti fondamentali inesigibili lo è. Che si tratti dell’abbattimento delle barriere sensoriali e percettive, del diritto al lavoro, all’istruzione o a qualsiasi altra cosa, la musica è sempre e comunque la stessa. È praticamente impossibile che passi una giornata senza che qualcosa accada, che qualcosa vada storto. E ci sarebbe da battagliare per la qualunque, tutti i giorni, più volte al giorno. E tutto semplicemente per rimanere a galla. E, talvolta, ci si sente il piombo nelle scarpe.

Scuse…

Lo sappiamo e non è una novità. L’esigibilità dei diritti delle persone con disabilità spesso va più che storta. Sono vittime di questa ecatombe di diritti scritti nella pietra di leggi e regolamenti ma nei fatti più evanescenti di un fil di fumo in una giornata di bora a Trieste un po’ tutti i diritti che ci riguardano. Si va dall’accessibilità di applicazioni, siti, dispositivi e servizi, fino al diritto a una scuola realmente inclusiva, con tanti saluti e calci all’ultima lettera dell’Azzolina e alla solida alleanza tra il MIUR e FISH e FAND, cioè le federazioni delle associazioni di e per disabili maggiormente rappresentative. Oggi però vorrei raccontarvi di cosa può accadere quando si pretende di uscire di casa per una banale commissione, se sei cieco.


La foto raffigura Simona che tiene al guinzaglio Isa, il suo cane guida, un pastore tedesco grigione.
Foto di Simona e del suo cane guida ISA.

Sono Simona e vi voglio raccontare la mia mattinata.

Questa mattina avevo appuntamento dal dentista per le 11:00 in centro a Feltre, circa due chilometri e mezzo da casa mia. Naturalmente questa mattina pioveva, ma è un dettaglio; metto l’impermeabile ad Isa, il mio cane guida, mi copro pure io e vado alla fermata vicino casa per aspettare la corriera che doveva passare alle 10:35 che mi avrebbe portata praticamente vicino al luogo in cui dovevo recarmi. Niente di particolare, qualcuno penserà. certo che no…

Il divertimento comincia quando dopo aver aspettato, aspettato e aspettato, alle 10:45 mi chiedo dove diavolo sia finita la corriera. Chiamo la volontaria che mi stava aspettando alla fermata alla quale dovevo scendere per dirle che non era passata nessuna corriera e lei stupita risponde: “Ma come, è passata ora qui davanti. Anzi, mi chiedevo perché tu non fossi scesa”.

Non sono scesa da quella corriera perché l’autista della Dolomitibus che questa mattina doveva passare alPasquer alle 10:35 proveniente dalla sinistra Piave (chi è del luogo lo sa) a pensato bene di tirare dritto e di non fermarsi nonostante io fossi lì davanti alla casettina che indica la fermata con il mio cane guida.

Nel frattempo arriva un’altra signora che mi dice che sulla tabella degli orari appesa lì di fuori, che io non posso leggere, si parla di una corriera alle 11 e 07, orario che io non ho trovato poi da nessuna parte. La signora decide di chiamare l’ufficio della Dolomitibus che dopo un paio di tentativi a vuoto, finalmente risponde.

La signora chiede all’impiegata se esiste questa corriera delle 10:35 e come mai non sia ancora passata. La risposta è stata che la corriera esiste e quando la signora ripete che alla fermata con lei era presente una persona non vedente con cane guida e che l’autista ha semplicemente tirato dritto, l’operatrice, non so se per ingenuità o per che altro, replica: “Ma la signora non ha fatto segno all’autista di fermarsi?”

A questo punto la signora nervosa quanto me, mi passa il telefono e quindi parlo con l’impiegata. Le dico che la corriera non si è fermata, che sono non vedente e non posso fare segno a una corriera su una strada di grande traffico dove passano anche molti camion perché non la sento nemmeno dal rumore e che l’autista è obbligato a fermarsi quando vede una persona disabile della vista. Al telefono, la Dolomitibus per bocca della sua impiegata, mi risponde: “Ma perché non ha fatto segno all’autista?”

A quel punto devo ammettere che ho perso un po’ la calma e le ho detto che certo la cosa non finiva lì.

E infatti lì non è finita… Ma non esattamente nel senso che intendevo io!

Riesco a prendere la corriera dopo, che passava dopo mezz’ora, arrivo in ritardo dal dentista, faccio quello che devo fare e alle 12:15 riesco per un pelo a prendere la corriera per tornarmene a casa. Salgo e come sempre dico all’autista dove devo scendere perché i nostri autobus e corriere delle corse extraurbane, naturalmente, nel 2020, non sono ancora dotate di sintesi vocale che annunciano le fermate e quindi, essendo molte di queste anche solamente a chiamata, non resta altro che chiedere all’autista. Questi mi risponde ok che ha capito dove devo scendere.

Salgono diversi ragazzi alle altre fermate, suppongo usciti da scuola, la corriera si riempie un po’, anche troppo secondo me viste le regole che dovrebbero essere in vigore in questo periodo, c’è traffico, procede lentamente, si ferma un paio di volte ma aspetto che l’autista mi dica la mia fermata.

Finché, a un certo punto, una signora davanti a me, probabilmente avendo sentito cosa avevo detto all’autista, dice: “Ma lei non doveva scendere alla fermata X?”

Le rispondo di sì e lei continua dicendomi che la fermata l’avevamo appena superata.

Allora mi alzo, e siccome non si passava alzo la voce dicendo all’autista se si ricordava dove dovevo scendere e lui comincia con il dire che, insomma, la fermata era già passata, che lui si era fermato, dimenticandosi che non mi aveva detto dove ci si trovava, e che quindi non era colpa sua e non sapeva come fare. Aggiunge anche che avrei potuto scendere lì.

Lì, a una fermata qualsiasi, dove io poi non conosco cosa posso trovare, dove non c’è nemmeno marciapiedi, e dove non c’è praticamente nulla.

Secondo il conducente avrei dovuto aspettare la corriera che ritornava indietro, per scendere alla mia fermata.

Solo che, per fare una cosa del genere, avrei dovuto attraversare una strada ad alta percorrenza, in orario di punta, in un punto senza semaforo o, almeno, senza semaforo acustico, arrivare viva dall’altra parte e andare non si sa bene dove visto che io quella zona non la frequento. Ho fatto presente all’autista le mie problematiche e lui insisteva che dovevo scendere, attraversare la strada e aspettare l’altra corriera in direzione opposta, che non passa certo dopo cinque minuti, tengo a precisare. Il tutto mentre naturalmente pioveva.

Continuo nelle mie rimostranze, tutti i ragazzi sulla corriera si zittiscono perché loro hanno capito probabilmente il problema, finché l’autista chiama non so chi gli spiega la situazione perché io dovevo comunque tornare a casa. Mi dice di scendere, che da li a poco sarebbe passata un’altra corriera e che aveva avvertito l’autista che mi sarebbe venuto a prendere anche se non doveva proprio proprio passare O fermarsi, non ho capito bene, in quel posto.

Quindi sono scesa, sono rimasta sul bordo della strada ad aspettare quest’altro autista che dopo un po’ è arrivato, a piedi, di corsa, mi ha chiesto se ero io che dovevo tornare indietro e mi ha fatto salire sulla sua corriera che faceva un giro diverso, un po’ più lungo, ma che, alla fine, mi ha lasciato davanti alla mia preziosa fermata.

Sono arrivata a casa dopo un’ora mentre per percorrere normalmente quel tratto di strada ci metto 10 minuti.

La Dolomitibus mi ha rintracciato poco fa. Dicono che l’autista del mattino, quello che m’ha lasciata a piedi, si scusa: dice che non mi ha vista e quando si è accorto che ero in fermata era troppo tardi e quindi non poteva più fermarsi (immagino che farlo un po’ più avanti non fosse per lui nemmeno concepibile), che però avrei dovuto farmi vedere meglio che quindi, in fondo, in sostanza è colpa mia.

Dell’altro autista non sapevano niente. Ho riferito l’accaduto.

Sì scusano, è vero, però io oggi mi sono sentita invisibile, spedita come un pacco postale, e ho perso un sacco di tempo che, come quello di tutti, è prezioso.


Questo articolo è già molto lungo per gli standard di questo blog. Ma due riflessioni, amici miei, me le concedo.

Cari signori di DolomitiBus, probabilmente nemmeno vedrete mai questo articolo. Ma, se pensate che delle scuse bastino o che anche soltanto significhino qualcosa, siete decisamente fuori strada… Il che non è esattamente un bene per una compagnia di pubblico trasporto. Le scuse valgono esattamente quel che è costato farle e cioè, fin troppo spesso, meno di nulla. Ancor peggio se non sono seguite da una qualche azione di riparazione. Un risarcimento volontariamente offerto sarebbe un atto di basilare civiltà, ma non pretendiamo tanto. Potrebbe bastare iniziare a lavorare perché cose del genere non si possano più ripetere. Ma non dare una generica assicurazione che non accadrà più. Significa stabilire una serie di azioni e una scaletta di programma per realizzarle, fissando degli obiettivi misurabili e verificabili. Significa fare formazione al personale di bordo e, magari, anche a chi risponde al telefono. Perché è surreale oltre il kafkiano che, davanti a un utente non vedente che lamenta di essere stato lasciato a piedi, l’operatore, qualsiasi operatore riesca a rispondere: “Ma lei non ha segnalato all’autista di fermarsi”. È roba degna di una barzelletta sui ciechi… Oppure sugli operatori delle aziende di trasporto pubblico: decidete pure voi la tassonomia.

Ma già mentre scrivo queste righe sorrido amaramente, perché immagino, anzi no, perché già so che niente di tutto questo avverrà. Lo so o, se preferite, lo suppongo con un buon grado di certezza perché assieme a Simona, quand’ancora era dirigente UICI e poi come consulente di Blindsight Project, ho partecipato a non meno di tre riunioni con DolomitiBus. Sì, si parlava, è vero, di accessibilità del sito Internet, ma si sono toccati anche altri argomenti sull’accessibilità del trasporto pubblico in generale. Ma vedo bene che in più di cinque anni, perché tanto è il tempo che è trascorso, nulla in sostanza è stato fatto. Gli autobus sono muti, gli autisti sono smemorati o… Si aspettano che un cieco segnali di voler salire su un autobus che nemmeno riesce a sapere se sia là o a due chilometri. Il sito resta pervicacemente inaccessibile. Gli orari d’emergenza non sono stati inseriti su Google Transit o su Moovit, sicché, per saperli, restava soltanto il vostro sito… Che è, torniamo all’origine, inaccessibile con dei PDF che più che letti vanno decrittati.

Però voi vi scusate.

No, non basta più. Le scuse non servono. Non servono più le vostre e nemmeno quelle degli altri, dei troppi altri. Le scuse per le barriere non abbattute o addirittura create. Sì, accade anche questo. Le scuse per le app di pubblica utilità la cui accessibilità è spesso dubbia e traballante e che, quand’anche esista, ci fa temere che ogni aggiornamento sia una catastrofe. Le scuse per gli autobus muti, con le pedane rotte o gli autisti distratti. Le scuse per i montascale rotti o non presidiati, gli ascensori perennemente guasti o i treni inaccessibili. Le scuse per gli insegnanti di sostegno che non ci sono, che arrivano in ritardo, o che se ne vanno a metà anno, o che non sono nemmeno vagamente qualificati per quel che dovrebbero andare a fare. Le scuse per uno speaker che dice che il treno FrecciaRossa è in ritardo perché si è dovuto caricare un disabile e, naturalmente, pure lui si scusa per il disagio. Qua si scusano tutti, ma nessuno fa mai praticamente nulla e tutto resta bloccato. Ma tutti si scusano. E noi dovremmo scusarvi. No, personalmente, io ho finito di accettare scuse. Non è detto che io possa far qualcosa oltre a rifiutarle, che se uno dovesse combattere ogni battaglia in cui l’altrui inciviltà, indifferenza, trascuratezza, pregiudizio o incuria ci ingaggia, sarebbe guerra totale da mane a sera. Però, se non altro, io rifiuto di farmi prendere per il sedere da scuse che assieme non abbiano anche un piano d’azione concreto per evitare che ciò per cui ci si scusa ricapiti a me o ad altri.

Un pensiero, alla fine, lo dedicherei anche ai miei colleghi di disabilità per così dire. Spiegatemi un po’ questo mistero glorioso per cui ogni dannata volta che capita qualcosa a qualcuno di noi, a meno che non sia qualcosa di davvero inequivocabile e senza alcun margine di dubbio o interpretazione alternativa, inevitabile come la morte, i debiti, le tasse e le cartelle di Equitalia Riscossioni, arriva il “Eh ma…”. Eh ma dipende da come ci si pone. Eh ma poteva pensarci prima. Eh ma lo poteva anche prevedere! Eh ma perché non ha fatto questo, quello o quell’altro? Eh ma a me non è capitato. Eh ma non poteva andare da un’altra parte?

Eh ma un accidenti!!! Se il montascale è rotto, non esiste nessun “eh ma avrebbe potuto prendere un taxi / scendere a un’altra fermata / stare a casa che tanto c’è NetFlix e JustEat… Dopo tutto che bisogno c’è d’uscire?” C’è solo da dire che, nel 2020, la riparazione di un montascale o di un ascensore devono avere la stessa priorità della riparazione di un locomotore… Se sei a Roma, meglio che sia pure più alta, altrimenti… Se a un cieco viene negato l’accesso a un esercizio pubblico perché c’ha il cane guida, non esiste nessun “Eh ma perché non andare da un’altra parte?” C’è solo da dire che una Legge è stata violata ma che, peggio, un diritto fondamentale è stato negato e calpestato. E importa sega se c’era d’andare dal medico, dal parrucchiere, a mangiare un gelato o a perder tempo al centro commerciale. Se un sito è inaccessibile, non c’è nessun “Eh ma c’è l’app”. Avere uno smartphone in senso assoluto, saperlo usare, averlo sempre sotto mano non sono un obbligo. Invece è un obbligo che chi fa un sito che offre un servizio al pubblico, magari anche con soldi pubblici, sia accessibile, dannazione e maledizione! Se un Comune, durante un intervento di rifacimento, non abbatte le barriere o, peggio, ne crea altre, non c’è nessun “Eh ma dobbiamo continuare a sensibilizzare”. C’è che ci son leggi vecchie di 7 lustri che sono bellamente ignorate. E se anche un nostro compagno per disabilità, a un certo punto, magari sbrocca, gli vengono i cinque quarti d’ora perché s’è rotto d’esser preso per i fondelli, non c’è nessun “Eh ma è dipeso anche da come s’è posto: è nostro dovere spiegare, sensibilizzare, far comprendere…” Un bel par de balle!!! Perché il pendolare che vede arrivare il suo treno in ritardo ha diritto d’incazzarsi, mentre il disabile che si vede turlupinato nei suoi diritti più fondamentali tutti i giorni feriali e due volte i festivi dovrebbe conservare una compostezza britannica, come se la nostra rabbia avesse meno diritto di cittadinanza, meno dignità, meno valore, come se la disabilità, assieme a tutti gli altri sbattimenti, difficoltà e complicazioni, comportasse anche l’obbligo d’aspirare alla santità, da riconoscersi per merito già prima del trapasso? Sì, certo, lo so che ci sono delle persone disabili irragionevoli, irritanti quanto un peperoncino se soffri di colite, che danno tutto per dovuto e scontato, che, in poche parole, sono dei giganteschi, fenomenali rompitori di maroni. Ma il “Eh ma è dipeso anche da come s’è posto” scatta praticamente sempre, direi quasi a prescindere dal chi e dal per cosa.

E quest’attitudine io la vedo ovunque: sia tra i “disabili comuni” che tra quelli che ricoprono una qualche carica all’interno delle associazioni di categoria e che, per continua e pluriennale esposizione, dovrebbero avere maggiore consapevolezza della frequenza e della gravità delle offese ai diritti più basilari della persona con disabilità. Ma che pensate, che se alziamo la testa con un minimo di fermezza poi crolla il cielo? Sono anni che coltiviamo, quasi tutti, questa politica di appeasement quasi a ogni costo. Ma, a ben guardare, i nostri diritti non stanno meglio oggi di quanto non stessero dieci o vent’anni fa. Di cosa abbiamo paura? Che il dirigente, l’Assessore, il Sindaco, l’AD o il Ministro di turno non ci ricevano più, se facciamo “i cattivi”? Ma che valore ha poi essere ricevuti se, alla fin dei conti, tranne marginalmente, non cambia mai nulla? A chi serve andare nelle “stanze del potere”? Perché, arrivati a un certo punto, talvolta mi sfiora il dubbio che farlo serva più a gratificare i rappresentanti e i loro Ego, piuttosto che a tutelare i rappresentati. Rosa Parks non iniziò la sua battaglia sedendosi dove le veniva imposto, esprimendo nel contempo però una garbata protesta tramite i canali ufficiali dell’azienda di trasporto. Semplicemente, rimase dov’era. E questo fu tutto.

UN errore inaspettato

Microsoz… Adesso mi ricordo perché si chiama microsoz. Perché lo chiamavamo Microsoz e Winsoz…

Fino a ieri funzionava tutto. Stramaledettamente tutto. Stamane, apro Word, cerco di esportare in PDF e… Esce dagli altoparlanti una soave musichina del cazzo e sullo schermo “Impossibile esportare in PDF a causa di un errore inatteso”.

Adesso, fermiamoci un momento a riflettere sull’ineffabile ironia di questo messaggio… Un “errore inatteso”. Sembra voler dire che nemmeno quelli che hanno scritto sta stamberga digitale che va sotto il nome di Microsoft Office credono davvero che possa funzionare… Non nella maggior parte dei casi. Già, perché, in teoria, qualsiasi errore dovrebbe essere “inatteso” o “inaspettato”. Quel che ci si aspetta è che, se pigi “esporta”, questo esporti: faccia tutte le sue brave cosine computeresche e ti restituisca alla fine di tutto il file in PDF. Quel messaggio sembra invece dire che l’esportazione è soltanto uno dei possibili finali dell’avventura e non è detto che sia il più probabile: forse che sì, forse che no. E ci sono talmente tante cose che potrebbero andar male che, oltre a chissà quanti e quali “errori attesi”, ce ne sono anche di “inattesi”.

Cercare in rete restituisce risultati surreali. Dice Microsoz che l’errore si verificherebbe quando il “sommario” del documento si trova in un orientamento diverso da quello del resto del documento. Peccato che, nel caso presente, il documento di sommari, diritti o storti o, s’è per questo, sbiechi non ne abbia nemmeno uno, che si tratta di 20 righe’n croce. In più, il problema si presenta, da oggi, su tutti i documenti: corti, lunghi, medi, con o senza sommari, con o senza tabelle… Che sia una riga o un libro, non fa differenza.

Sempre e comunque “impossibile esportare a causa di un errore inatteso”.

Ma ancora più surreali sono le soluzioni offerte dal supporto di quelli di Microsoz. In sostanza, il tutto si riduce a tre suggerimenti:

  • Usare la versione on-line di Office: ossia “non abbiamo la minima idea di cosa causi davvero il tuo problema, quindi prova un po’ a convertire il tuo documento passandolo sui nostri server;
  • Usa la stampa in PDF: grazie al c…o: questa tecnica restituisce un PDF fatto coi piedi e di fatto inaccessibile. Ti pare, Microsoz, che io mi metto a produrre file PDF inaccessibili?
  • Terza e ultima soluzione, usa un programma di terze parti: della serie “Non abbiamo la più pallida idea di cosa causi il tuo problema e nemmeno sappiamo se ce l’avremo mai. Nel frattempo, cercati, installa e usa un programma di altri.

Uno dei suggerimenti ulteriori è stato: reinstalla Winsoz, mantenendo file e applicazioni. Praticamente un “formattino”, ovvero la versione light del mitico “formattone”, operazione temutissima da chiunque abbia un PC Winsoz e veda apparire uno schermo blu della morte o un qualche… Errore inatteso. E così ho fatto.

Naturalmente, prima di procedere, ho fatto una copia di sicurezza dei dati: perché è vero che il meraviglioso strumento di Microsoz dice che manterrà con amorevole cura dati, file e applicazioni. Ma, se è per questo, assicura pure che Office dovrebbe esportare in PDF… Salvo errori inattesi, naturalmente. Così, fatto il backup, scaricato qualche giga di Winsoz 10, il PC ha fatto le sue cose per ore e poi si è riavviato.Naturalmente, Word continua a non volerne sapere di esportare in PDF.

LL’ultimo tentativo è stato:

  1. Disinstallazione completa di Office;
  2. Pulizia approfondita del maledetto registro di sistema;
  3. Download di una copia di Office fresca e pulita;
  4. Reinstallazione di office e…

L’esportazione è fallita a causa di un errore inaspettato!!!

Arrivati a questo punto, l’unica soluzione che pare rimanere è il temutissimo “Formattone”.E tutto per riuscire ad esportare, in un formato PDF accessibile, dei maledetti documenti Word, mica per controllare un Rover su Marte.

E niente. In undici anni di MacOS, non mi è mai capitato un garbuglio del genere. C’è soltanto un motivo che mi trattiene dallo scaraventare il PC Winsoz fuori dalla finestra: VoiceOver, il programma che legge lo schermo del computer a chi non vede, fa acqua da tutte le parti. Diversamente, per quanto un Mac costi in effetti di più, il maggiore esborso è compensato dall’infinitamente inferiore rompimento di scatole dato da errori astrusi, che gli ingegneri Microsoz stanno indagando apparentemente dal 2016… Senza cavarne i piedi. C’è voluto di meno per trovare il bosone DX, in confronto…

🏤🎼🎼Poste Italiane!!!🎼🎼🏤

Poste Italiane sono sempre e comunque una garanzia…

Sono letteralmente ore che si sta tentando di spedire un pacco tramite il mirabolante servizio “Pacco Web Delivery”. Il concetto sarebbe semplice e geniale, se soltanto funzionasse però.

Allora… Ti siedi calmo, tiri fuori tutti i dati che ti servono e comincia l’avventura.

Una volta che hai compilato tutto quanto a modino, arrivi finalmente alla pagina dove scegliere lo strumento di pagamento per corrispondere questi benedetti 8.50 e… Patatrac! Appena ti provi a scegliere se pagare con Visa o Mastercard, appare un pop-up di errore che dice “Errore nel calcolo dell’importo”… Un importo che hanno naturalmente calcolato loro.

Riprovi con un altro browser: l’accessibilità fa abbastanza schifo, nulla vieta che anche la compatibilità barcolli. Ma naturalmente non cambia niente. Così ci riprovi con la loro applicazione Ufficio Postale.

E qui continuano i problemi. Senza un occhio funzionante, non si riesce ad uscire dallo spettacolare tour delle funzioni mirabolanti e delle opportunità irrinunciabili che ti saranno offerte aprendo l’app… Ammesso che tu riesca a chiudere la finestra che te le sta illustrando, naturalmente.

Comunque, per farla breve, arrivi anche qui alla pagina di selezione dello strumento di pagamento e…

Screen shot della finestra su cui appare il messaggio “Errore nel calcolo dell’importo” con sotto un triste pulsante Ok e nient’altro.

E così ti arrendi all’inevitabile: la chiamata al disservizio clienti.

Bla bla bla… I tuoi dati saranno trattati in conformità con il regolamento 666 del 32 ottembre del 2243, vale a dire venduti, scambiati e incrociati da qui fino alla fine dei tempi, ma sempre e solo con il tuo consenso, che sicuramente hai dato mettendo una qualche crocetta su un modulo oscuro accanto a una dicitura arcana… bla bla bla… puoi collegarti al sito… bla bla bla… Premi uno, premi due, premi tre, premi il tasto con l’elefante rosa sul telefono arcobaleno che svolazza accanto a te, prova che ti riprova, dopo non meno di sette minuti di una musichetta orrenda di quando in quando interrotta da un messaggio di scuse per il protrarsi dell’attesa, finalmente un’operatrice risponde. Ma solo per dirti che, da qualche parte nella foresta amazzonica dell’albero di selezione, devi avere fatalmente scelto un numero sbagliato, sicché non è lei la persona con cui devi parlare. “Non è che me la potrebbe passare lei direttamente?” Eh no, i potenti mezzi di Poste Italiane a quanto pare non consentono di trasferire una chiamata dalll’operatore di un reparto a quello di un altro.

Riaggancia, richiama… Tutta la tiritera da capo. E alla fine, dopo avere smarrito la strada peggio di un Teseo senza il filo d’Arianna, dopo dieci minuti di musichetta e di “ci scusiamo per il protrarsi dell’attesa”, finalmente si riesce a escavare fuori dalle viscere ostili del call center l’operatrice giusta… O meglio, quella meno sbagliata.

Una tizia con più o meno il fascino di una Jessica uscita paro paro da Viaggi di nozze , m’ascolta ciancicando una gomma americana e dopo dieci secondi di pensoso silenzio la sentenza temuta: “Le apro un ticket tecnico”.

Risultato? Dopo ventuno minuti di telefonate e non meno di un’ora e mezza di tentativi infruttuosi, ad essersi rivelati come l’unico vero pacco sono stati i servizi di Poste Italiane.

Alla fine, vedrete che l’unica soluzione sarà quella d’andare fisicamente all’ufficio postale, compilare il bravo modulino di cartina e spedire come si faceva nel ventesimo secolo.

E niente, Poste Italiane, non ti smentisci mai!

A casa

Questo articolo è più che altro uno sfogo, uno sfogo amaro e arrabbiato. Non ha né vuole avere ambizioni intellettuali, razionali o scientifiche. È, una volta tanto, un grido di pura angoscia e dolore.

Ci dicono di rimanere a casa. A casa c’è non soltanto la nostra sicurezza, ma la sicurezza anche di tutti gli altri. A casa andrà tutto bene. Più che una raccomandazione di buon senso, pare quasi una formula di pensiero magico. E che ci vuole, in fondo, a rimanere comodi a casa: tranquilli e al sicuro? Niente ci vuole.

Però,, per alcuni, è proprio il rimanere a casa quel che li ammala. E no, per una volta, non sto parlando, come al mio solito, del degrado delle condizioni psichiche di chi è fragile, depresso o totalmente solo, Sto proprio parlando di ammalarsi fisicamente. Di ammalarsi di CoVID-19. E di ammalarsi a casa.

Come?

Non è difficile spiegare come possa accadere. Basta prendere una persona positiva ma asintomatica e rinchiuderla a doppia mandata per giorni e settimane in pochi metri cubi d’aria con altre persone. Persone che prima erano sane. Persone che ora sono malate. E talvolta capita persino che le persone con cui il positivo asintomatico sono state recluse siano persone fragili che rischiano davvero la vita se s’ammalano.

È il caso di non pochi care-givers. Dietro questo termine inglese elegante, “coloro che si prendono cura” significa a tradurlo alla lettera, c’è un mondo. Un mondo di persone, spesso anziane quando non francamente vecchie, che s’assumono in pieno petto e cuore le criminali conseguenze di uno smantellamento totale del nostro stato sociale. I care-givers sono coloro che prendono su di loro stessi la cura, la fatica di prendersi cura di persone con disabilità gravi e gravissime ad elevato ed elevatissimo carico assistenziale. E in questo periodo il carico si è ulteriormente appesantito, con la chiusura dei centri per disabili. Come spesso accade in Italia, emergenza o non emergenza fa scarsa differenza, l’esistente è stato chiuso, ma senza darsi la pena di organizzare un’alternativa. Nessun supporto domestico, nessuna assistenza domiciliare, niente di niente. Semplicemente si sono chiusi i centri e chi c’era dentro è stato mandato a casa. Senza saper nulla, senza porsi nemmeno il problema di conoscere se si trattasse di positivi asintomatici o no.

Con la forza di un maglio, si sono fatte cozzare due fragilità. Ed è accaduto quel che soltanto un povero di spirito e immaginazione potrebbe definire come “tragico imprevisto”, “triste fatalità”, o “sconcertante caso”. È successo che alcuni di questi care giver, beh, si siano semplicemente ammalati.

Eppure non è che ci volesse un epidemiologo di vaglia per arrivare a capire che sono proprio le strutture di comunità quelle in cui il rischio di diffusione di contagio è maggiore. È una conoscenza empirica che acquisiscono tutti i genitori di bimbi che iniziano ad andare a scuola: quando se ne ammala uno, inevitabilmente si avvia un domino. E non c’è niente da fare. Ma un conto è quando il domino fa salire qualche linea di febbre o costringe a correre in bagno tre volte l’ora, un altro è, o dovrebbe essere, quando il pericolo è quello di lasciarci le penne. Perché questo era il rischio con il CoVID-19.

Nel caso il buon senso non basti, sarà sufficiente fare una ricerca con Google per “case di riposo CoVID” e apparirà una pagina di errori, orrori, trascuratezze e negligenze. Se questa fiera degli orrori non vi basta, questo articolo su Valori.it racconta un’altra storia di emergenze diventate tali per incommentabile mancanza di previdenza. Al fondo dell’articolo c’è anche un terrificante elenco, un calendario che evidenzia l’espandersi della tragedia.

Ciò nonostante, nessuna precauzione è stata presa. Non si sono fatti tamponi agli ospiti delle strutture di comunità, prima di chiudere baracca e burattini e di segregarli in casa con genitori spesso a loro volta fragili. Si è deliberatamente, criminalmente inserito un elemento di potenziale pericolo in una situazione già di per sé estremamente critica. E i risultati sono stati quelli che chiunque avrebbe potuto anticipare; chiunque tranne chi avrebbe potuto, volendo, almeno tentare di prevenirli questi risultati.

E così, mentre “Milano non si ferma”, mentre si distribuivano mascherine elettorali di carta utili per proteggersi dal virus quanto una bicicletta è utile a un pesce, mentre dai balconi si puntano ordigni d’ogni sorta e genere per catturare e immortalare l’indecente inciviltà del camminatore abusivo, del corridore untore, del passeggiatore solitario, mentre si inseguono malefici bagnanti trasgressori e si scatena la sorveglianza pasquale con droni, elicotteri e si piomba su facinorosi condòmini banchettanti in barba ali sacri decreti, invisibili come sono vissuti, si ammalano e talvolta muoiono disabili e care giver, nel quasi totale disinteresse di tutti.

Quando tutto questo sarà finito, ci diranno che è stato fatto il meglio che fosse possibile, che non c’era alternativa. E, nel generale sospiro di sollievo che tireremo tutti per lo scampato pericolo e per le ritrovate libertà, si tenterà di dare un gigantesco colpo di spugna. Dopo tutto, se non c’era alternativa, non può esserci responsabilità, no?

Io non sono nessuno. Non sono un virologo, né un medico, né un politico o un decisore di qualsiasi sorta. Eppure, nel mio piccolo, nella mia umile insignificanza, un appello mi permetto di farlo pure io a tutti noi. Non dimentichiamoci di quel che è accaduto. NOn dimentichiamo che esistevano delle alternative. E non dimentichiamo che quelli che oggi ci dicono che è stato fatto il meglio possibile, sono gli stessi o i diretti discendenti politici di quelli che hanno fatto del loro peggio per devastare un sistema sanitario decimando ospedali, reparti e posti letto, tagliando il numero degli infermieri e dei medici. Quelli che oggi celebrano medici, infermieri e OSS come angeli, eroi, martiri, sono i medesimi che ieri hanno costretto quelli che ipocritamente celebrano a precariati trentennali e a lavorare senza dispositivi di protezione decenti. Sono loro, sono sempre loro. E se riescono ad essere così tanto bifronti su questo, che Giano gli spiccia casa, figuratevi cosa non sarebbero capaci e disposti a dire per salvare culo, Cadrega e cadreghino.

I conti della serva trista

Posso dire che non riesco a capire bene il valore di quel bollettino macabro che tutte le sere snocciola dati su contagiati, morti e guariti? Non riesco a dare un senso a quei dati. E non perché non li capisca, ma perché non riesco a collocarli, non riesco ad attribuire loro un grado di affidabilità.

Numeri di contagiati… Numero di morti… Ma quelli sono dati che vengono ciascuno da una fonte diversa; poi qualcuno li aggrega e li somma, magari usando, magari no, un qualche correttivo statistico. Ma quel numero di positivi non è un numero assoluto. È il numero di persone cui è stato somministrato il test e che sono risultate positive. Ma se ogni dannata regione segue un criterio suo per decidere a chi fare e a chi non fare il tampone, allora le realtà che si aggregano e sommano sono disomogenee dal punto di vista della metodologia, dei criteri di raccolta dei dati. Tutti fotografano una data realtà, ma da prospettive diverse.

E cambiano anche i criteri con cui si trattano le morti fuori dell’ospedale: c’è chi fa il tampone all’estinto e ai suoi familiari più prossimi, chi no.

Se si guardano i dati per singolo territorio mettendo in relazione il numero dei tamponi con il numero dei positivi, alcuni dati mi sembrano sembrano suggerire che, là dove sono stati fatti meno tamponi, il numero di pazienti positivi in rapporto al numero di tamponi fatti era più elevato. E questo potrebbe condurre alla conclusione che in alcuni territori si fanno relativamente pochi tamponi e quelli che si fanno si fanno più mirati, su pazienti con una buona probabilità di diagnosi di COVID-19. Là dove di tamponi se ne fanno di più, il numero di positivi è sì più elevato, ma non se lo si mette in relazione con il numero di tamponi. Insomma, se uno fa 3000 tamponi e trova 2300 positivi, è peggio di uno che, avendone fatti 10000, trovi 4500 positivi.

Tutto sembra deporre per una sottovalutazione, anche grossolana, del numero di reali positivi, una buona parte dei quali è, del tutto plausibilmente, del tutto asintomatica e certamente alcuni di questi lavorano in settori considerati primari e imprescindibili e, di conseguenza, non sono soggetti alle pur parziali misure di contenimento di questi giorni. Il che, a sua volta, obbliga a chiedersi se davvero tutte le morti causate o concausate dal COVID-19 vengano intercettate dalla statistica dei deceduti, oppure se alcune magari non sfuggano al conteggio…

Non sono uno statistico e potrei sbagliare, sicché non mi dispiacerebbe essere corretto. Ma, se ho ben inteso i termini della questione, sostanzialmente si naviga a vista nella nebbia e la mappa è più una vaga approssimazione che uno strumento di navigazione. Speriamo non ci siano scogli o secche non riportate sulla carta.

Eroi con la pelle altrui

Grande, gravissimo scandalo: a Crotone 300 operatori sanitari si sono messi in mutua, si sospetta per fuggire l’emergen”a Coronavirus.

βDunque, fermiamoci e proviamo a fare una cosa che già si faceva poco prima e adesso pare essere abitudine semi-estinta: pensare.

Durante la Grande Guerra, i soldati che disertavano o si ritiravano o si facevano prendere prigionieri, venivano definiti dalla propaganda codardi, vigliacchi, traditori e chi più ne ha più ne metta. Nella realtà, questi poveri disgraziati vivevano in ridotte oscene anche per un topo, erano pieni di pidocchi, combattevano per il cibo con le pantegane, erano male armati, peggio addestrati, spesso mezzo assiderati. Di più, i grandi Generali li mandavano “all’attaaaaaaacccccccooooooooooooooo!!!!!!!!” in cariche letteralmente suicide contro schiere di mitragliatrici e mortai: roba che i soldati che avanzavano spesso erano letteralmente accecati dal sangue nebulizzato dai corpi di chi li precedeva. Per chi si rifiutava, c’erano i “corvi”: i Carabinieri, che avevano il compito d’amministrare, assai sbrigativamente, la giustizia sommaria di campo. Morte davanti, morte dietro, disprezzo in casa propria. Ma, di fatto, gli unici realisti erano quelli che disubbidivano a ordini folli e criminali.

Adesso, qua, c’abbiamo gente che c’ha paura pure a uscire di casa, ma che è prontissima a dare dei criminali a dei medici e a degli infermieri che si rifiutano di andare a lavorare senza guanti, senza DPI. Cioè, fatemi capire: voi potete avere paura persino del vostro prossimo al punto che vi pare insufficiente addirittura mantenere la distanza di 1 metro anche se non sapete se la persona è infetta oppure no, anche se le probabilità sono tutte a vostro favore. Loro sono criminali indegni che vi fanno vergognare perché, senza dispositivi di Protezione Personale adeguati, si rifiutano di mettere le mani in bocca di gente che molto probabilmente il CoVID-19 ce l’ha Ho capito giusto?

In tutto questo, però, i veri responsabili, cioè quelli che hanno privatizzato la sanità, permesso feroci delocalizzazioni delle produzioni, tagliato posti letto, chiuso interi reparti e ospedali, questi non li contesta nessuno.

Mi dispiace, ma io quei medicie quei sanitari io li capisco e solidarizzo. Perché? Perché, al loro posto, io le mani in bocca a uno che è letteralmente una fabbrica di virus e che ne emette aerosol con ogni colpo di tosse, senza mascherine e guanti e presidi protettivi non ce le metterei? Voi sì? Ottimo! Andate e fate.

È facile, troppo, troppo facile essere eroi con la pellaccia altrui. Ma la realtà è che un infetto su dieci, in certe zone d’Italia, è un sanitario. E questo significa che li stiamo mandando in trincea armati con una fionda scrausa e senza proiettili. Ma da loro pretendiamo indefesso eroismo, quando noi non abbiamo avuto, in tutti questi anni, il coraggio di esigere, pretendere una politica migliore, più attenta e adeguata. E Da anni i medici ci avvertono che la sanità viene falcidiata. Il risultato è qui. Ora.